Una sottile custodia di plastica, trasparente e scivolosa, sulla cui superficie sono state tracciate con un pennarello nero le parole:”Riflessioni sul viaggio”.
All’interno, un cd riscrivibile, come se ne trovano a migliaia in tutti i discount della città.
Lo prendo, lo tolgo dalla custodia e lo metto dentro al lettore, premo play.
La prima cosa che mi colpisce, appena il cd inizia il suo folle giro, è il rumore del treno: si potrebbe quasi dire fastidioso, perché in molti momenti disturba non poco la registrazione.
Eppure, è certamente stato questo suono insistente a caratterizzare tutto il nostro viaggio; e ora è anche il primo che mi fa rivivere quei momenti in treno, nel nostro piccolo e accogliente scompartimento.
Dal lettore escono, uno dopo l’altro, tanti altri suoni, rumori, bisbigli, scricchiolii e colpi di tosse, che, come frammenti di un puzzle, vanno a completare quella scena che si sta facendo largo nella mia memoria. E il cd gira, gira…
Ecco, sono di nuovo lì: lo scompartimento lungo e stretto, i sedili scomodi sui cui si ammassano zainetti, giacche, berretti, libri e soprattutto ragazzi dall’aria stanca che si parlano e si ascoltano; se alzo gli occhi vedo le nostre valigie, premute tra loro nelle griglie scure poste sopra le nostre teste.
Penso che tra poche ore, a casa, sfarò la valigia e dormirò nel mio letto, ma non riesco davvero a figurarmelo, adesso.
Mi trovo ancora sospesa in questo ritaglio di mondo lanciato a tutta velocità nel buio della notte, territorio di dubbi, paure, insicurezza: sono di nuovo là, sul treno per Auschwitz, e mi basta sentire le parole dei miei compagni di viaggio gettate nell’aria: “baracche”, “betulle”, “filo spinato”, per vedere di nuovo davanti a me, reali come non mai, gli edifici e i luoghi che ho visitato in questi ultimi due giorni.
Qui dentro tutto è sicuro, caldo e molto intimo; nulla mi fa più paura, l’oscurità che preme contro il finestrino non sembra altro che un brutto sogno distante e lontano – eppure c’è qualcos’altro, qualcosa che ci portiamo dentro tutti noi, e questo fa molto più paura, e non c’è modo di lasciarlo fuori dalla porta o al di là dal vetro…e forse è solo una nuova, oscura consapevolezza.
Sprofondati nei nostri sedili, ci sentiamo pesanti, abbattuti, stanchi; le nostre parole sono gravi e dolorose, e le nostre voci tremano (posso sentirlo anche ora, nella registrazione: siamo tutti turbati, siamo tutti sconvolti)
Di fianco a me, Martina: la conosco da tanto tempo, siamo in classe insieme dalla prima superiore, e, adesso, siamo in quarta.
L’ho vista stanca e abbattuta e snervata e dispiaciuta e arrabbiata un numero infinito di volte – ma mai sul suo volto ho visto l’ombra di dolore che posso leggervi oggi; forse, è il primo vero dolore per tutti noi.
Di fronte a me, seduto composto nonostante la stanchezza e la situazione intima ed informale, anche Orlando è cupo e corrucciato: mi fa un effetto strano vederlo così, lui, che perfino mentre visitavamo i lager aveva saputo illuminarsi in un sorriso quando ci vedeva tristi o sconvolti, riuscendo sempre a rincuorarci.
Mi stupisco, osservando il suo volto aperto, dai tratti regolari, del fatto che fino a qualche giorno fa non sapevo neppure della sua esistenza, mentre ora sono portata a pensare che sia una persona meravigliosa, come del resto penso di quasi tutti coloro che hanno viaggiato con me su questo treno: provo un sentimento di condivisione assoluta, in questo momento, verso i miei compagni di viaggio, e non vedo perché dovrei crucciarmene.
Dopotutto, è di questo che ho bisogno, tutti ne abbiamo bisogno.
Orlando ora sta parlando, parla del campo, delle sue impressioni, di un certo ingresso laterale di Birkenau che lo ha impressionato più d’ogni altra cosa: si esprime in modo impeccabile e rigoroso come sempre, nonostante l’emozione che trapela dalla sua voce e che leggo nei suoi occhi.
Sopra di lui, arrampicato sui lettini, in alto, c’è Andrea, l’unico tra noi ad ostentare un po’ di sicurezza, bello e assorto; sembra quasi impossibile che provi il desiderio di condividere con noi i suoi pensieri…Eppure anche lui ascolta, e ricorda con voce grave ciò che lo ha colpito: forse, dopotutto, non è così distante come sembra.
Ricorda un’immagine che ci è passata davanti agli occhi in questi giorni, una grande foto d’epoca esposta a Birkenau che mostra un gruppo di deportati, ancora vestiti, sorridenti e ignari, seduti sulle loro valige, che aspettano la loro terribile sorte tra quelle betulle che noi abbiamo visto solo il giorno prima, splendide e svettanti nel sole del mattino.
I prof sono con noi, ci guardano con strane espressioni assorte, ci ascoltano – forse in questo momento sono disarmati come noi, anche se sono prof…Mi piace pensarli vicini a noi, quanto lo sono stati in questi giorni, e mi dico che è stato bello infrangere queste stupide e tristi barriere che ci separano quotidianamente: ma durante questo strano e indefinibile viaggio c’è stato spazio per l’empatia, per il dialogo, per le risate fatte tutti assieme, per moltissime altre cose fuori dall’ordinario.
Adesso si alzano e fanno per uscire dallo scompartimento, silenziosamente, rispettosamente, perché Giacomo sta registrando: è disteso anche lui lassù, di fianco ad Andrea, con la sua incrollabile fiducia nella tecnologia, a me del tutto incomprensibile, e il registratore nella mano – e a distanza di quasi un mese da quel momento, riascoltando il cd, devo riconoscergli che è stata davvero una bella idea.
Quando i prof sono usciti, incontro gli occhi di un’amica rannicchiata in fondo ad un sedile: Milena sembra non voler partecipare a questo momento di scambio, forse è solo stanca, chiusa nel suo strano silenzio, eppure non posso dimenticare che c’è anche lei, perché la sua presenza con a me in questi giorni è stata importante, mi ha aiutato ad aprire il cuore e confidarmi, senza paura.
E trovo che sia stato davvero importante riuscire, in questo momento, ad aprire il cuore e la mente, a condividere tutte le sensazioni e i pensieri opprimenti che ci hanno colpiti durante la visita ai campi di Auschwitz e Birkenau, perché la prima reazione che viene spontanea, di fronte a tutto quell’orrore, è di chiudersi in sè stessi e disperarsi per essere uomini.
Ricordo il momento in cui camminavo per Auschwitz, quando bastava che uno dei ragazzi del mio gruppo mi si avvicinasse e chiedesse “va tutto bene?” per farmi scoppiare in lacrime; e molti altri compagni hanno detto di avere sentito, in situazioni analoghe, il bisogno di isolarsi.
Più tardi, però, tutti avevamo il desiderio di condividere le nostre impressioni, di parlarne: e allora per fortuna che il treno correva tanto veloce, quella notte, tanto da farci scordare il tempo che passava e la realtà a cui tornavamo, per permetterci, semplicemente, di parlare e di ascoltarci.



Molto intenso, molto carino, molto… ma, Visco?
Grazie a voi, che mi avete adottato, grazie a te, Bea, per quello che hai scritto.