Cara Sara,
stasera, tornando a casa dalla lezione di matematica, l’aria era fredda.
Era tanto fredda, e il vento gelido e pungente, eppure la mia povera bicicletta non andava veloce neppure la metà di quando faceva il tuo motorino quella volta, quando sfrecciava – ricordi? – nell’oscurità, tra le strade e i campi che uniscono S. Damaso e Collegarola.Non era ancora Novembre, e il freddo era venuto su tutto d’un tratto: già nel pomeriggio ne avevamo avuto le prime avvisaglie, ma il sole splendeva ancora alto, illuminando una di quelle terse, ineguagliabili giornate di fine ottobre che ci fanno rivivere – in qualche maniera inspiegabile – tutta la luce e la vita che fanno così belle le mattine d’estate.E noi non indossavamo che una felpa…spentasi quell’abbagliante luce estiva, il cielo era nero, all’ora di ritornare a casa, e l’aria un morso di gelo.In mezzo ai campi, sprofondate nell’oscurità della campagna, dove non ci sono case né lampioni, a battere i denti mentre il vento, con le sue sferzate gelide, ci penetrava fin nelle ossa – ma che gran bel ritorno a casa.E ne conservo un così bel ricordo.
Ricordo che tu rabbrividivi e dicevi: “Baebs, stringimi forte, che fa freddissimo!”E io ti stringevo più forte che potevo, un corpo caldo e morbidissimo nel maglione che avevi indosso, con quel profumo un po’ speciale che ritrovo tutte le volte che entro in casa tua, e che riconoscerei tra mille. Faceva sempre più freddo, un freddo terribile, e le tue mani, ne sono sicura, stavano ghiacciando, mi chiedo come facessi a tenere su il manubrio, con tutto quel vento che ti pungeva le nocche.Mi sono appoggiata alla tua schiena e ho provato a cantare qualcosa, per sentire che c’ero ancora, per sentire la mia voce e convincermi che saremmo sopravvissute a quel volo terribile.
E anche se un hallelujah non ripara dal freddo, e la voce stentava ad uscirmi dalle labbra da tanto ch’ero congelata, mentre il freddo si acuiva e il vento rombava nelle nostre orecchie, perché il motorino filava velocissimo, a chiudere gli occhi sembrava tutto un sogno.Spariva la campagna, spariva la strada, il motorino, perfino il buio della notte…restava solo il freddo – ma anche quel calore, quell’appoggio sicuro, quella schiena calda – ed era davvero irreale, come in un sogno, un sogno un po’ turbolento, forse, ma dove eravamo in due, e ci tenevamo strette.Non avevo neppure più paura – che freddo però. Siamo arrivate a casa sane e salve, alla fine, siamo guarite dal raffreddore e adesso, tutte le volte che ho freddo e il cielo è buio, vorrei che tu fossi in viaggio con me, che gridassi nel vento gelido parole che si perdono, e che non riesco a sentire.
Ora vedi, fa di nuovo tanto freddo – è già passato un anno, pensa – e presto torneranno le luci, i colori,le ghirlande, i regali, i parenti, le tavolate interminabili, l’abete, la pace in terra agli uomini di buona volontà, e tutte le altre cose, belle e brutte, che ci porta il Natale.Manca meno di un mese, e noi che lo credevamo tanto lontano, quando dicevi: “Parto dopo Natale…” E tutti sorridevamo, e ci mettevamo tranquilli.
Guarda Sara, il Natale non è ancora alla porta che bussa, ma è già all’ultima rampa di scale, e poi sarà l’anno nuovo, e poi Gennaio…e allora sì che ci toccherà viaggiare un po’, nel bene e nel male, nel sole o nel gelo, felici o crucciate, ciascuna per la sua strada, senza l’appoggio della calda schiena dell’altra.
E se torno indietro con la memoria e penso che siamo diventate tanto amiche quasi per caso – com’è successo?
Siamo finite vicine di banco.
Dovevamo suggerirci a vicenda in questo o quello, tradurre insieme latino, vederci un giorno d’estate, così, tanto per fare.
Andare qui, andare là.
Inseguire questo o quel sogno, dirci cose importanti.
Fare la guerra a questa o a quella prof.
E uno arriva solo dopo, dopo tante cose passate insieme, ad accorgersi di quanto una persona, con la sua schiena calda e quel profumo dolciastro attaccato ai maglioni, può diventare importante.
Se penso a quanto siamo cambiate, a cosa abbiamo visto, capito, pensato, scelto e scartato, se penso che ci siamo innamorate, e abbiamo scoperto un nuovo pezzetto di esistenza tra le braccia di qualcun altro, eppure l’intesa che c’è tra noi non l’hanno toccata, no, nessuna di tutte queste cose, allora, amica mia, non saranno sei mesi all’altro capo del mondo a cambiare tutto questo.
So che ci sono tante persone che hanno mille volte il diritto che ho io di sentire la tua mancanza: padri, madri, fratelli e sorelle, un fidanzato gelosissimo, è vero, ma ne ha un poco anche un’amica bisognosa di una spalla – e le spalle non sono mica tutte uguali.
Anche io sentirò la tua mancanza.
Pensa a quel viaggio in moto, nel vento freddo, nel buio, quando stavamo strette strette sul tuo motorino per riscaldarci, pensaci quando sarai nella Terra dei Canguri e vedrai mille cose nuove. Pensaci, e stai sicura che al tuo ritorno sarà come se non fosse passato che un istante, come se ci fossimo salutate il giorno prima alla fine della scuola: vicine o lontane, continueremo ad essere sempre una schiena calda e rassicurante, l’una per l’altra.
Buon viaggio, Sara.



il cesso
scusa…?
ueeee
beh molto carino!
dico qst xò io sto passando un momento ankora + brutto di qll tuo. La mia migliore amica se ne va!!! cm farò senza di lei???
cmq bella!!! ciao
che schifezza!!!!