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Sono entrata nell’Aula di scienze, ormai vuota, per recuperare le mie cose – la borsa e i libri della Sara, e il maglione e le chiavi di casa.

Prima di andarmene prendo un pezzo di gnocco avanzato dal buffet di fine anno scolastico, saluto con un cenno la professoressa di storia del corso C, che sta riordinando i suoi registri, quindi esco.

Tutta l’allegria della mattinata mi è già scivolata di dosso, dopo solo qualche minuto trascorso così, sola coi miei pensieri.

Del resto, di cosa mi stupisco?

È l’ultimo giorno di scuola: fuori, la gente si rovescia bottiglie in testa e ride e scherza, e sta perfino uscendo un timido accenno di sole; io ho bisogno di stare da sola, e pensare a questo anno, ai momenti, belli e brutti, che ho trascorso qui dentro - e anche in molti altri posti.

Mi incammino verso la mia classe, la 4F, quella dove abbiamo lasciato i libri nell’armadio per nove mesi e dove abbiamo attaccato le foto più belle sui muri, e penso…penso a quando c’era ancora la Sara, senz’altro, a quando l’anno scolastico è cominciato e lei era ancora con noi: eravamo in questa classe, e siamo state in banco insieme, all’inizio del quadrimestre, quando lei – ricordo – è stata interrogata in tedesco.

Adesso la Sara è all’altro capo del mondo, e di tedesco non sa più una parola; i libri che tengo tra le braccia, prestati ad una studentessa americana che ha trascorso con noi questi ultimi mesi di scuola, non le serviranno mai più, lei non sarà mai più la mia compagna di banco.

Che strano pensarlo – è come dire che non ho più alcun motivo per restare tra queste squallide mura gialle e marroni, con queste seggioline rovinate e i banchi coperti di scritte non più mie.

Eppure, forse, c’è qualcosa per cui restare….

Stamattina sono scesa in palestra a sentire i ragazzi del gruppo musicale, la campanella delle dieci era appena suonata e io avevo ancora solo voglia di divertirmi.

Eppure, sopra a tutte quelle teste che si agitavano, sopra gli accordi della chitarra acustica, troppo alta, e sopra il trambusto della gente che andava e veniva, chiacchierava e saltava – sopra a tutto questo volavano, ma solo io potevo sentirli, i versi immortali di Andrew Marvel: “and your quaint honor turn to dust/ and into ashes all my lust….”

Siamo carne per vermi, e molto presto ogni nostra risata, scherzo, pensiero, esclamazione, scelta, turbamento, piccolo o immenso dolore sarà polvere – polvere o cenere, o forse anche meno di questo.

Oggi, giovani e sorridenti, durante un concerto di fine anno nella palestra della scuola.

Domani, polvere, cibo per vermi

Perciò, dice Marvel, cogli il giorno e non tirarti mai indietro, afferra a piene mani la vita e tutto ciò che puoi…perché dura poco, ma almeno, prima che i vermi banchettino sulla tua carcassa, te la sarai spassata alla grande.

 

Perciò, mi verrebbe da dire, nei momenti di malinconia come adesso, nulla di ciò che noi facciamo ha senso, e neppure le nostre vite, per le quali noi ci affanniamo senza speranza, potranno mai avere consistenza maggiore di una manciata di cenere sparsa nel vento, perché è lì che andranno: ogni singolo gesto, per quanto grande o meraviglioso, è destinato a perdersi nell’inesorabile scorrere del tempo.

Ed è proprio questo il problema, e il motivo per cui, ora, invece di essere là fuori a tirare l’acqua addosso alla gente sono qui, sola in una classe vuota, dove non riesco neppure ad afferrare i ricordi che cerco: perché io non colgo l’attimo, non ne sono mai stata capace.

L’attimo passa, io lo guardo, lo trovo bellissimo, ma dopotutto mi basta guardarlo, perché forse è più bello così – e anche più sicuro.

Perché mi rendo conto che io voglio sicurezza nella mia vita – prima di diventare carne per vermi.

Voglio certezze, e voglio vivere con coerenza, in modo da poter sempre provare rispetto per me stessa, in modo da poter dare sempre un senso alle mie scelte, per soffocare ogni stupido, irrazionale rimpianto.

Marvel lo chiama “quaint honor”, ovvero “orgoglio bizzarro”, ma anche insensato, capriccioso.

Un orgoglio che non ha senso, perché tanto diventerà polvere, e così tutti i desideri che sacrificherò a questo onore testardo diventeranno cenere, e io avrò perso la mia occasione.

Anzi, ne avrò perse parecchie.

Diciamo la verità, forse non sarebbe stato il mio compagno di banco preferito, Andrew Marvel, eppure non posso negare che la migliore amica che mi sono scelta, e che adesso è tanto lontana e che io non ho seguito sempre per via della mia stupida paura di osare -  anche questa amica mi ha spesso rimproverato:”non ti lasci andare!”

È proprio vero, io non mi lascio andare, devo sempre sapere tutto, calcolare le conseguenze delle mie azioni, devo riflettere.

Quante volte mi è capitato di buttarmi con gli occhi chiusi?

Non saprei dirne neppure una.

Mi accontento di vivere, di scegliere di realizzare solo le cose davvero importanti, di cui sono sicura – mentre tutto il resto, ogni incertezza, ogni desiderio passeggero, ogni turbamento che voglio nascondere anche a me stessa mi limito a sognarli, perché forse è quello il loro posto.

Marvel direbbe di no, direbbe che devo spendere tutto, perché tutto ciò che non avrò dato in vita se lo mangeranno i vermi alla mia morte.

Penso a tutte le cose che non ho fatto quest’anno, tutte le sciocchezze a cui ho rinunciato, tutti i momenti in cui mi sono tirata indietro, tutte le volte che ho pensato un po’ troppo, mentre avrei dovuto soltanto chiudere gli occhi e buttarmi, tutte le volte che ho detto “c’è ancora tempo”.

Chissà se lo avrò, quel tempo, e quando.

E se farò proprio la cosa che volevo, o qualcos’altro.

Il poeta dice di no, dice che mi sono fregata e che avranno tutto i vermi.

Avrà ragione lui?

Se sì, spero che almeno quei vermi mi siano riconoscenti.

  

smool

Credo che nella vita di ognuno di noi ci siano delle costanti.
Per esempio, una costante della mia vita è mia nonna, che quando entro in casa non mi saluta, ma mi chiede “in du ete esteda?” [dove sei stata?]
Oppure che quando ho un problema mio padre mi porti sempre a fare un giro in macchina per parlarne. Oppure che io compri gli yogurt e…
Ecco, oggi io ho scoperto un’altra costante della mia vita che non avevo mai notato: alla fine di Aprile, ogni anno, io vado in depressione. Non vedo l’ora che la scuola finisca, sento il bisogno fisico di caldo, penso che nessuno riesca a capirmi, e ho una voglia irresistibile di andarmene da qui per un lungo viaggio la cui destinazione non m’importa purché sia lontana. So che tutto questo finirà il 7 Giugno, ma ce ne vuole ancora per un po’. E domani si tornerà in classe, e guarderò insistentemente l’orologio per tutto lo scorrere delle 6 ore… (M. L. )

Poi, d’estate si destano le nuvole.
Buona estate e buona vita.

La Redazione

leggi Smool 29

cenaRIUNIONEsmool

ciao a tutti, propongo di usare questa pagina per fare qualche proposta in merito alla cena. io credo che sia il caso di metterci il massimo impegno per avere il massimo delle presenza, senza scordarci degli ex-redattori, dei collaboratori, degli ex illustratori..

6 GIUGNO..

rispondete numerosi per favore!!

meteoropatia

-Ma cosa sono ‘ste nuvole????-penso

-Scusate voi lassù- dico mentre fisso il cielo- ma che ci fate qui? So che forse da voi non usano i calendari ma è maggio. Ormai il tempo della pioggia è finito-

            Aprendo gli scuri stamattina e ho trovato un cielo pallido che piangeva pioggia. Il terreno tutto bagnato, l’aria umida. Così gentilmente, con Cortesia cerco di far notare a queste nuvole che infestavano la mia giornata che sono fuori stagione.

 Invece loro, che si guardano con aria da chi ne sa di più, mi sorridono con ipocrisia e mi domandano

 -Ma tu chi saresti scusa? Per caso ci conosciamo? (risatina sciocca con tanto di sguardi d’intesa tra queste signore vestite di grigio).

-Veramente sarei una ragazza che vuole molto sole, che desidera caldo e una bella stagione! A pieno diritto inoltre, visto che l’autunno e l’inverno sono passati da un po’!- rispondo.

La mia Cortesia, bagnata dalla pioggia, scivola via per nascondersi insieme ai colori che solo ieri riempivano le strade.

-Sentite ma perché dovete stare qui? Ci sono chilometri e chilometri di mondo su cui piovere! Perché qui? Ci sono tanti deserti che hanno bisogno d’acqua, fiumi in secca, falde acquifere vuote…allora sù! Andate via da qui!- grido arrabbiata!

Loro da lassù ridono di nuovo e bisbigliano guardandomi come se fossi una piccola bambina con il broncio.  

            Probabilmente sono davvero così. Ho il broncio. Le sopracciglia disegnano sulla mia fronte un cipiglio che non mi dona e certo dalla loro altezza sono solo un piccolo esserino pretenzioso.

Adesso però ho un’altra preoccupazione! Ho perso la mia Cortesia! Diavolo! Come faccio ad andare a scuola senza di quella? Finirei per rispondere male a Mattia che in fondo non se lo merita poverino. Rischierei di litigare con qualche ragazza per i corridoi. O peggio potrei dire ai miei professori quello che penso di loro guadagnandomi un otto in condotta che ho già rischiato una volta! Meglio recuperarla ed in fretta pure!

Già…ma dove posso andare a cercarla? Qui con tutta quest’acqua non si vede nulla per terra! Poi scommetto che si è pure sporcata di fango e terriccio…

            Mi sposto verso un sentiero che corre tra erba e alberi frondosi, non si sa mai che si sia infilata tra i cespugli o tra questi grovigli verdi! Che poi è pure un peccato vedere queste distese verdeggianti quando piove…i fiori appena dischiusi e con il capo chino, la fanghiglia che circonda gli alberi, nessun cinguettare!

Ah eccola! Finalmente! -Possibile che tutte le volte che piova tu mi debba lasciare sola!- le dico.

La mia Cortesia si era nascosta dietro ad un cespuglio di rose, l’unico tono di colore tra questo verde spento.

Lei mi guarda con il sorriso, mestamente chiede scusa, ma non smette di sorridere.

-Lo sai che quando piove non te ne devi andare, che poi divento sclerotica davvero! Dai forza! Andiamo che se no si fa tardi!- la sgrido e sospiro.

             è difficile iniziare la mattinata quando piove!

smool- E tu cosa ci fai qui?- chiedo alla Beki, seduta alla scrivania, in piena enfasi creativa, immersa nel suo mondo di matite.
- Beh, ero arrivata prima, non avevo niente da fare e…
Facendo strisciare con due dita il foglio sul tavolo mi sottopone la sua creazione.
- Ohibò! Complimenti! Si vede che voi liceali pensate ad altro anziché a studiare.
Lei risponde con una lieve risata ironica.
Nel frattempo, dal corridoio si sente un fitto vociare. Nella stanza entrano l’alchimista capo delle operazioni, l’Agati, dal pizzo sempre più luciferino, scortato dal plotone femminile… (segue…)

Sono entrato sì, ed ho tentato di dirigere gli eventi…

Ma gli eventi, talvolta, s’ubriacano di giovanile anarchia. E allora è vano o sciocco opporsi. Così, me ne sono andato con una scusa ai piani alti. Mentre i ragazzotti in frotta, qua e là scartabellando e facendo un lieto rumore, hanno selezionato pezzi, partorito idee, progettato disegni, strappato qualche appassionato appuntamento, disegnato il layout, programmato una pizzata e…

… e il ventottesimo numero si smool è nato
come d’incanto. Edulcorato e vero, lacrimevole e birichino, saggio ed adolescenziale…

E a me mi piace.

La sera, di Giulia Nuzzi

La sera

Sola.

Ammiro con rinnovato stupore

la foresta che si colora di notte.

Tra enigmatiche forme di rovo,

che pungono lo sguardo,

e nugoli di vivaci ginestre…

mi siedo

ad ascoltare le parole

confuse e veloci del fiume.

Finalmente sola.

Risento il vecchio odore d’infanzia

lo scrosciare acuto dell’acqua

che ripercorre i tessuti stanchi.

Gioia primordiale

è lo sguardo onnisciente

che la natura mi volge,

e il cipresso languido piange

al primo vento della sera

e pure l’abete irsuto

sibila tagliente una melodia affettata.

Ancora sola.

Il cuore sembra cadere davanti a tanta bellezza.

L’antico fiume scioglie ancora la sua infinita litania

che sa di quotidiana saggezza,

di foglie morte di freschezza.

Mi abbandono ora al tempo

immortale

seppur scandito dalla voce ancestrale del mondo

che sibila azzurro

un ultimo sentimento di pace.

Ginevra

come sempre scusate per gli accenti scazzati

Ha il cuore fatto come di terra ingannevole:a vederlo penseresti di poterci costruire solide mura, ma in realta` e` fatto di zolle friabili, che si sbriciolano come crostata inzuppata nel latte.

 

Che, fra l’altro, e` una colazione che lei adora, e la mangia spesso, ma ad occhi chiusi, perche` trova innaturale il mancato legame fra il latte e la marmellata.Mentre la pasta accoglie il nettare candido lasciando che gli serpeggi dentro e che la intrida completamente, la viscosa pappetta dolce di ciliegia tempestata di coriandoli di frutta si fa solo toccare dal liquido bianco, lo fa scivolare oltre, non si lascia intaccare.

E lei, questo, proprio non lo comprende. Non capisce come sia possibile che due sostanze cosi` dolci, cosi` perfette, non si concedano di mescolarsi in un sublime sposalizio di sapori.

 

“E` assurdo quanto due anime gemelle che si ostinano a voler restare separate”

protesta sempre.

 

A volte solleva macigni pesanti tre volte la sua gracile mole, altre la vedi raggomitolata contro un muro a piangere la morte vecchia di 20 anni di uno scrittore di cui ha appena letto la biografia.

 

“Scriveva anche le virgole come fossero petali di tulipano e io non ho nemmeno mai potuto guardare nei suoi occhi carichi di visioni.”

urlava come una pazza, e intanto scrosciava copiose stille stizzose di rabbia o delusione.

 

Non e` del tutto di questo mondo e infatti non percepisce il freddo, il caldo, o il dolore.

Certe mattine di gennaio la vedi scalpicciare per i marciapiedi con un drappo immenso di tulle avvolto attorno, e se si ferisce con un ago cucendo pupazzi a forma di volpe o cervo, osserva il sangue limpidissimo inondarle l’intera mano con sguardo sognante come di una bambina che vede la neve per la prima volta.

 

Quando mangia qualcosa che adora si lecca le dita, anche se ha usato coltello e forchetta, e poi va in estasi.

Dice che ogni pietanza puo` diventare una divinita` se finisce sul palato giusto, e quando mastica puoi immaginarti, guardandola, la sua lingua calda e rossa che si rimescola le delizie fra i denti, che ti verrebbe voglia di rubarle il cibo dalle labbra.

 

Scrive favole acide che hanno per protagonisti bambini con gli occhi sulla pancia e sembra portare nelle iridi gialle il vellutato fardello di una serena malinconia.

 

Un giorno si lega un fiocco attorno alla testa e ti dice:

“Chiamami Giada”

Oppure si conficca una siringa di acqua nel braccio e si piazza sulla panchina dove di solito si siedono i vecchietti il sabato pomeriggio e finge di soffocare.

A chi si ferma ad aiutarla racconta una storia tristissima piangendo lacrime sincere che si stimola pensando a quel concerto di musica elettronica a cui non e` potuta andare.

 

Dice che la gente non ti degna di uno sguardo se non le dai un pugno nello stomaco,e che graffiare le persone a cui tieni davvero e` un ottimo modo per farsi ricordare “perche` anche quando non vi vedrete per molto tempo, loro ti ricorderanno ogni volta che butteranno l’occhio sulle cicatrici che gli hai lasciato sulle braccia.”

 

Quando le capita la pupilla luccicante sulla bruciatura secolare che ha sulla mano destra sorride di una gioia limpida che le viene dallo stomaco ribollente di forti emozioni e sussurra:

“Quella volta che ho toccato il sole…”

 

E non la degneresti di uno sguardo incontrandola per strada, se non avesse attorno a se` un alone di folle armonia e bizzarra semplicita`.

 

Brilla di notte di fianco alle lucciole, e sguazza con loro fra l’oscuro occulto della notte,

mangiando vento

fendendo i miei ricordi

(in generale.. no-smool)

Attendo un’idea nuova

 .

Questa mattina è arrivata l’impressione che non sia previsto il nuovo.

Forse ci piace crogiolarci nella mediocrità del nostro impegno.

-Correzione e presunzione-

“Non accetto il tuo consiglio perché sono già perfetta, adiacente al massimo che posso dare.”

 .

Mi chiedo quanto io stessa affondi in questo modo di essere, per quanto non sia plausibile per una cacciatrice di impressioni che di “no” ne ha ricevuti tanti.

Ho sempre in testa i commenti forti e severi di qualche anno fa, l’entusiasmo per una critica negativa su cui potere lavorare.

Nell’oggi non è cambiato molto.

Ma allora?

 .

Speranzosi si immagina sempre di produrre l’impensabile.. mi sono resa conto subito del lavorio che bisogna invece mettere in conto.

Stamattina però ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di mancante.

Non siamo biunivoci? E ”l’altro” nostro interlocutore dov’è finito?

Non più interpellato, il resto del mondo si è fatto da parte.

 .

Perché pensiamo di sapere già come usare le parole?

Lei sedette al suo fianco, chiuse la portiera, emozionata.

Non avrebbe mai creduto, se gliel’avessero raccontato, che avrebbe potuto avere tanta fortuna: proprio lui, proprio quel pomeriggio di sole, proprio nella sua macchina…

Sembrava quasi che sogno e realtà stessero correndo finalmente paralleli, finalmente su di un unico binario; sembrava che fosse finalmente giunto il giorno in cui avrebbe potuto mettere la parola fine, lieto fine, a quella storia che la tormentava da mesi.

Ecco la svolta, si disse, guardandolo con occhi adoranti mettere in moto la macchina, questo momento lo ricorderò, è il destino che scrive il finale della mia storia, e dopo…

 

E dopo, dopo che cosa?

Non ci hai pensato, piccola, che cosa sarà dopo?

Ti guardo da questo terrazzo ricoperto di coriandoli, ti guardo sorridere e tremare per la troppa vicinanza, per la troppa fortuna, e penso: attenta.

Ti stai illudendo.

Io ero come te: solo un anno fa sorridevo come te, e mi illudevo ancora, solo un anno fa credevo che la svolta dovesse ancora arrivare, nella mia vita, ed ero tranquilla.

Solo che la svolta è arrivata, non una, ma dieci, cento, mille volte; eppure io sono ancora qui, e di tanto in tanto mi sento confusa, e vorrei negare tutto ciò che ho detto, fatto, scelto, perché a volte ci vengono a nausea anche le nostre scelte.

Non credere al destino, quando finge di porgerti su un vassoio d’argento il lieto fine: è solo l’animo umano che si ostina a pensare quel momento.

Non credere mai che un sogno possa realizzarsi: per quanto abbagliante possa essere il miraggio, sappi che non basterà e rendere la tua vita facile e serena come un cielo senza nuvole.

Verrà il momento in cui piangerai e maledirai questo giorno, oggi così splendente; verrà il momento in cui piangerai e non saprai che fartene, di tanta felicità; verrà il momento in cui sarai confusa e vorrai restare sola, e non capirai più chi sei, e cosa hai fatto, e perché.

 

Non credere alla vita, quando promette un istante di felicità talmente perfetto da fermare il tempo, perché appassirà, come un fiore, nel corso di una sera estiva.

 

Oggi lui ti sorride, guida sicuro e ti lancia un’occhiata obliqua: li conosco, credimi, i suoi occhi profondi, so che possono farti pensare di tutto, possono perfino sembrarti eterni e immutabili, unico punto fisso nell’immensa incognita della vita.

Chissà, forse, prima che arrivi davanti a casa, lui ti avrà detto di sì; ma anche se fosse, cosa ti metterà al riparo dalla vita, dai rovesci della fortuna, da te stessa, da tutto ciò che il destino ha in serbo per te e che non ci è dato vedere?

Non certo i suoi occhi.

 

Certo, i libri hanno un lieto fine,  i film hanno un lieto fine, ma la vita no; per questo l’uomo inventa, disperatamente inventa quell’agognato punto fermo che il Fato non concede.

Non cercare punto fermo alla tua storia, non può essere scritto: “e vissero per sempre felici e contenti”.

Solo questo potrà essere scritto, di te, di noi, di tutti: solo la lunga e continua lotta per la sopravvivenza, per sé stessi, per la felicità, per avere qualcosa che non raggiungeremo mai – perché solo verso ciò che non possiamo avere noi tendiamo in eterno, il resto è polvere.

 

Questa sera piangerai, piccola.

Secondo un disegno crudele che il destino ha ordito alle tue spalle, lui ti rifiuterà: questo io lo so, ma la tua vita non finisce certo qui.

Purtroppo.

Per fortuna.

 

Questa storia è finita, tutto cambia, tutto inizia, perché domani lui per te sarà qualcos’altro, e tra un po’ di tempo, vedrai, le tue ferite si chiuderanno, e i suoi occhi non saranno più così speciali.

Ma tu devi scrivere ancora infinite storie, nel corso della tua effimera, caotica vita.

 

Mrs. Dalloway, un altro anno è passato, ma cosa è cambiato?

Le cose continuano ad accadere, dure, inesorabili: i cuori si infrangono, le parole sono inutili, e i coriandoli volano, volano nel vento, ormai fresco, della sera.

Eppure noi siamo ancora qui; Septimus no, lui è stato coraggioso, lui non c’è più, l’ha scritta davvero, lui, quella maledetta parola “fine”.

Perché noi no, allora?

Perché non provare?

 

Ci pensi bene, signora Dalloway, cosa ha fatto in quest’altro anno che oggi si chiude?

La vita ha continuato a farsi beffe di lei, come sempre, scommetto.

Eppure…eccola qui: qui che festeggia, che beffa sublime, con amici e fiori, fiori che ha comprato questa mattina e che tra un giorno saranno appassiti.

Perché, allora, non seguirli?

Servire un istante con la propria breve, splendente esistenza; fermare un istante, felice, perfetto – il giorno che ha scelto lui, che ha detto “sì” nel suo abito bianco, ecco, fermiamo il tempo, fermiamo il ricordo – mettendo fine a questa vita difficile e non sempre romantica.

Perché non seguirli?

 

Vorrei sapere dov’è Septimus, ora.

Cosa sogna, cosa pensa, cosa vede, cosa sente.

Forse è perso in un mare di nebbia, di riposo, di nulla.

Forse il sogno che insegue adesso è ancora più terribile di quello da cui è fuggito.

Forse…fa paura pensarlo.

Forse è per questo che lei è ancora qui, Mrs. Dalloway, in fondo è una notte così bella.

 

Quaggiù i coriandoli si sono posati, alla fine, leggeri e silenziosi come i tanti momenti felici che il tempo e la noia spengono.

Ma credo che ricorderai lo stesso questo giorno, piccola, anche se ora stai piangendo, anche se ti consolerai, anche se piangerai per molti altri ragazzi…anche se non era la svolta.

Perché oggi per te è stato importante: una piccola svolta, inutile e breve, ma che ti aiuterà ad andare avanti.

 

“Life is not a series of gig lamps symmetrically arranged; life is a luminous halo, a semi-transparent envelope surrounding us from the beginning of consciousness to the end.”
(Virginia Woolf)

Giovani memorie

smoolAnch’io sono stato su quel treno, un anno fa. Anch’io mi sono ricercato fra le immote baracche di Auschwitz. E ho calpestato fragile l’immensa assurdità di Birkenau.

E anch’io, giorni dopo, nella quiete ovattata del mio studio, ho provato a dare una veste dignitosa agli appunti sparsi su taccuini improvvisati, e ai frammenti di pensieri ed emozioni che s’erano impigliati nella mente.

Furono eterni minuti, forse ore, di lacerante impotenza verbale. Nessuna parola mi sembrava adatta a cristallizzare sulla pagina gli inquieti turbamenti di un’esperienza tanto devastante. Nessuna alchimia lessicale mi pareva adeguata ad esprimere i dubbi filosofici sulla presunta scintilla divina che anima – o dovrebbe animare – la razza umana.

Nonostante il doloroso travaglio non riuscii a partorire il mio pezzo.

Per fortuna i ragazzi, molti ragazzi, furono assai più coraggiosi e abili di me. E scrissero i loro pezzi. Diedero corpo d’inchiostro alle loro anime turbate, ai loro increduli pensieri, alle loro irate sensazioni, al desiderio franco di incidere buon senso a futura memoria.

Ne uscì un numero speciale di SMOOL. Un numero vibrante, meditato e intenso. Un numero di cui andiamo fieri e che ciclicamente riproponiamo all’attenzione dei ragazzi che vogliono sapere e ricordare.

Quest’anno non avevamo intenzione di dedicare un altro numero al treno per Auschwitz. Avevamo il timore di banalizzare l’evento incartandolo in una sorta di routine, di consuetudine celebrativa.

E così avevamo già pronto il nostro numero marzolino, fatto di sfoghi giovanili, e pagine d’amore, e versi di rabbia, e tenere notti, e rumori adolescenti e avvisaglie di sensuali primavere…

Poi, una sera, navigando fra i blog dei miei redattori, sono inciampato incauto nel post di Beatrice che raccontava con garbo e meditata passione del suo treno per Auschwitz. E poi, sono stato catturato dal post di Milena che argomentava con inusuale saggezza la sua incapacità di piangere di fronte a tanto illogico dolore. E poi…
Così, ho chiesto ai ragazzi di SMOOL se non era il caso di tornare sui nostri passi per dedicare, ancora una volta, un po’ di spazio a quel treno che ogni anno ci costringe a non scordare. E in pochi minuti, sul tavolo della redazione, sono ricomparsi i diversi contributi che sull’evento già ci avevano inviato i ragazzi di varie scuole: il racconto vibrante di Federica, l’anima denudata di Riccardo, il silenzio sbigottito di Laura, il graffio poetico di Filippo, i sofferti diari di Ambra, Diana, Elena, Federica, Francesco…

Ne è uscito uno SMOOL adulto e meditato, con un sano retrogusto di aura celebrativa e ansia di consuetudini e tradizioni . A peritura testimonianza del fatto che i nostri ragazzi - i ragazzi di questa generazione tanto vituperata dalla leggerezza cognitiva dei media - sanno essere grandi nel cuore e nel pensiero.

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