Sono entrata nell’Aula di scienze, ormai vuota, per recuperare le mie cose – la borsa e i libri della Sara, e il maglione e le chiavi di casa.
Prima di andarmene prendo un pezzo di gnocco avanzato dal buffet di fine anno scolastico, saluto con un cenno la professoressa di storia del corso C, che sta riordinando i suoi registri, quindi esco.
Tutta l’allegria della mattinata mi è già scivolata di dosso, dopo solo qualche minuto trascorso così, sola coi miei pensieri.
Del resto, di cosa mi stupisco?
È l’ultimo giorno di scuola: fuori, la gente si rovescia bottiglie in testa e ride e scherza, e sta perfino uscendo un timido accenno di sole; io ho bisogno di stare da sola, e pensare a questo anno, ai momenti, belli e brutti, che ho trascorso qui dentro - e anche in molti altri posti.
Mi incammino verso la mia classe, la 4F, quella dove abbiamo lasciato i libri nell’armadio per nove mesi e dove abbiamo attaccato le foto più belle sui muri, e penso…penso a quando c’era ancora la Sara, senz’altro, a quando l’anno scolastico è cominciato e lei era ancora con noi: eravamo in questa classe, e siamo state in banco insieme, all’inizio del quadrimestre, quando lei – ricordo – è stata interrogata in tedesco.
Adesso la Sara è all’altro capo del mondo, e di tedesco non sa più una parola; i libri che tengo tra le braccia, prestati ad una studentessa americana che ha trascorso con noi questi ultimi mesi di scuola, non le serviranno mai più, lei non sarà mai più la mia compagna di banco.
Che strano pensarlo – è come dire che non ho più alcun motivo per restare tra queste squallide mura gialle e marroni, con queste seggioline rovinate e i banchi coperti di scritte non più mie.
Eppure, forse, c’è qualcosa per cui restare….
Stamattina sono scesa in palestra a sentire i ragazzi del gruppo musicale, la campanella delle dieci era appena suonata e io avevo ancora solo voglia di divertirmi.
Eppure, sopra a tutte quelle teste che si agitavano, sopra gli accordi della chitarra acustica, troppo alta, e sopra il trambusto della gente che andava e veniva, chiacchierava e saltava – sopra a tutto questo volavano, ma solo io potevo sentirli, i versi immortali di Andrew Marvel: “and your quaint honor turn to dust/ and into ashes all my lust….”
Siamo carne per vermi, e molto presto ogni nostra risata, scherzo, pensiero, esclamazione, scelta, turbamento, piccolo o immenso dolore sarà polvere – polvere o cenere, o forse anche meno di questo.
Oggi, giovani e sorridenti, durante un concerto di fine anno nella palestra della scuola.
Domani, polvere, cibo per vermi
Perciò, dice Marvel, cogli il giorno e non tirarti mai indietro, afferra a piene mani la vita e tutto ciò che puoi…perché dura poco, ma almeno, prima che i vermi banchettino sulla tua carcassa, te la sarai spassata alla grande.
Perciò, mi verrebbe da dire, nei momenti di malinconia come adesso, nulla di ciò che noi facciamo ha senso, e neppure le nostre vite, per le quali noi ci affanniamo senza speranza, potranno mai avere consistenza maggiore di una manciata di cenere sparsa nel vento, perché è lì che andranno: ogni singolo gesto, per quanto grande o meraviglioso, è destinato a perdersi nell’inesorabile scorrere del tempo.
Ed è proprio questo il problema, e il motivo per cui, ora, invece di essere là fuori a tirare l’acqua addosso alla gente sono qui, sola in una classe vuota, dove non riesco neppure ad afferrare i ricordi che cerco: perché io non colgo l’attimo, non ne sono mai stata capace.
L’attimo passa, io lo guardo, lo trovo bellissimo, ma dopotutto mi basta guardarlo, perché forse è più bello così – e anche più sicuro.
Perché mi rendo conto che io voglio sicurezza nella mia vita – prima di diventare carne per vermi.
Voglio certezze, e voglio vivere con coerenza, in modo da poter sempre provare rispetto per me stessa, in modo da poter dare sempre un senso alle mie scelte, per soffocare ogni stupido, irrazionale rimpianto.
Marvel lo chiama “quaint honor”, ovvero “orgoglio bizzarro”, ma anche insensato, capriccioso.
Un orgoglio che non ha senso, perché tanto diventerà polvere, e così tutti i desideri che sacrificherò a questo onore testardo diventeranno cenere, e io avrò perso la mia occasione.
Anzi, ne avrò perse parecchie.
Diciamo la verità, forse non sarebbe stato il mio compagno di banco preferito, Andrew Marvel, eppure non posso negare che la migliore amica che mi sono scelta, e che adesso è tanto lontana e che io non ho seguito sempre per via della mia stupida paura di osare - anche questa amica mi ha spesso rimproverato:”non ti lasci andare!”
È proprio vero, io non mi lascio andare, devo sempre sapere tutto, calcolare le conseguenze delle mie azioni, devo riflettere.
Quante volte mi è capitato di buttarmi con gli occhi chiusi?
Non saprei dirne neppure una.
Mi accontento di vivere, di scegliere di realizzare solo le cose davvero importanti, di cui sono sicura – mentre tutto il resto, ogni incertezza, ogni desiderio passeggero, ogni turbamento che voglio nascondere anche a me stessa mi limito a sognarli, perché forse è quello il loro posto.
Marvel direbbe di no, direbbe che devo spendere tutto, perché tutto ciò che non avrò dato in vita se lo mangeranno i vermi alla mia morte.
Penso a tutte le cose che non ho fatto quest’anno, tutte le sciocchezze a cui ho rinunciato, tutti i momenti in cui mi sono tirata indietro, tutte le volte che ho pensato un po’ troppo, mentre avrei dovuto soltanto chiudere gli occhi e buttarmi, tutte le volte che ho detto “c’è ancora tempo”.
Chissà se lo avrò, quel tempo, e quando.
E se farò proprio la cosa che volevo, o qualcos’altro.
Il poeta dice di no, dice che mi sono fregata e che avranno tutto i vermi.
Avrà ragione lui?
Se sì, spero che almeno quei vermi mi siano riconoscenti.
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